Artista bizantino, produttore di Icone non nella sintesi formale,
 
s’intende, ma nell’insieme di significati che l’opera sottende. Lui,
 
l’Altro, la manifestazione per mezzo dell’angelo, la materia, la donna;
 
di creta, di bronzo, di radica o di tronco, sintesi dinamica e ieratica
 
che si stacca dalla fisicità degli oggetti, si torce, si eleva, cerca spazio
 
nell’aria circostante, lo trova nella dimensione di cose visibili e incarnate.
 
 
Ugo Vittorio Vicari
 
   
A Byzantine artist who makes icons, not synthesizing the from but expressing the
 
various meaning implied in a work as a whole.
 
He, the Other one, the Revelation trough the Angel, the matter, the
woman; in clay, bronze, brier or log wood, as a dynamic and hieratic
syntesis separates itself from material things, twisting and rising,
searching for a place in the surrounding air and finding it in the
dimension of visible, personified things.
Ugo Vittorio Vicari

 

 
 
CURRICULUM Vitae

Nasce ad Asmara (Eth),nel 1943;

si diploma presso l'Istituto d'arte di Palermo.
Dal 1964 ad oggi partecipa a numerose collettive:
Mostra Regionale "P. Vetri " _Enna (1° premio)
III eIV Mastra Regionale UNISPS _Palermo
Mostra Regionale_Enna (1° premio)
Mostra Regionale di disegno_Enna (2° premio)
Mostra Nazionale di pittura_Napoli
Mostra collettiva di pittori ennesi_Catania
Estemporanea di pittura_Caltanissetta
Estemporanea nazionale di pittura "Città di Mussumeli"(segnalato)
Prima Mostra personale_Catania
Seconda Mostra personale_Enna
Mostra Regionale d'arte sacra_Enna (premiato)
Mostra Nazionale UNISPS _Palermo (medaglia d'argento)
X Concorso Nazionale Enal_Catania (premiato)
Mostra Nazionale "E. Del Bono"_Napoli (targa di bronzo)
Collettiva di pittura_Catania
Mostra di pittura estemporanea "Città di Enna" (2° premio)
terza Mostra personale_Enna
Collettiva Nazionale d'arte sacra_Trieste
Collettiva Nazionale di Primavera_Trieste (sigillo di bronzo)
I Biennale internazionale Soffianopulo_Trieste (medaglia aurea)
II Rassegna Nazionale Quadro Miniquadro_Trieste (medaglia dorata)
Collettiva nazionale d'arte sacra per la casa_Trieste
Premio Pacifico Sidoli VI mostra annuale collettiva nazionale d'arte sacra per la casa_Piacenza
90 Pittori in collettiva mostra vendita_Piacenza
Premio Camporeale (1° premio)
IX premio Internazionale di pittura Figurativa_ S. Margherita Ligure
IV Premio Internazionale Arte "Pro Arte" _Roma (segnalato)
Collettiva di pittura contemporanea _Enna VI Premio Internazionale di pittura Lario
Cadorago _Como IV Premio Internazionale di pittura e scultura "Michelangelo d'oro".
Mostre personali:
Catania, Galleria il Cenacolo
Enna, Salone Albergo Sicilia
Enna Galleria " LA PITTORICA"
Catania, Circolo della Stampa
Enna Galleria Euno
Caltanissetta, Galleria d'Arte il Grifone
Taormina, Circolo del Forestiero
Enna, Galleria Euno
Piazza Armerina hotel
Modica Galleria d'Arte
Enna, Galleria Nuova
Mostra personale Galleria Civica, Enna
" VittoriArte" Vittoria (RG).
  Opere di particolare rilievo :
  1979 Monumento funebre ad Enna
  1980 Realizza fontana a Cesarò (Me)
  1981 Monumento dedicato a Don Bosco Cesarò (Me)
  1983 Monumento dedicato alla Famiglia ad Enna
  1981 La piccola Demetra ,Enna
  1986 Madonna dell'autostrada , Termini - Marzilla
  1989 Centro fontana le Tre Sirenette, Enna
  1990 Monumento dedicato ai caduti della seconda guerra mondiale a Valguarnera (EN) progetto Termini-Marzilla
1994 Realizzazione"Cristo sulla montagna" a Cesarò (Me) Termini- Marzilla
1998 Realizzazione fontana monumentale a Calascibetta (En) Termini-Marzilla
     
Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private.
Si sono occupati delle sue opere quotidiane nazionali ed internazionali.
La Sicilia di Catania, Il Giornale di Sicilia di Palermo, L'Espresso Sera, L0Ora di Palermo, Bolaffi Arte di Torino, Vademecum dell'arte italiana Torino, il Quadrato, gli anni 60 e 70 degli Artisti Italiani, IL Talento di Machiano (Avellino), il Trittico di Trieste, il Vivaio di Roma, La Revue Moderne des Arts et de la Vie Aprichi ed altri.
Laboratorio Aperto
http://www.ennaweb.it/terminimarioscultore
  e.mail: mario_termini@estranet.it - mario_termini43@hotmail.com
vive e lavora ad Enna in C/da Pollicarini trav. T n°1 - tel: 0935/541987// cell: 0347/1208027.

 

 
 
Negritudo
Opere di Mario Termini
Cefalù
3- 17 marzo 2001
 
In English
Legno, terra, acqua, fuoco, metallo, aria. Mario Termini procede nel fare artistico come alchimista nella sua negritudo di regolo e compasso , volutamente inesatta come inesatta è la storia degli uomini nel trapassare da una vita all’altra, di madre in figlio, dalla casa paterna all’esilio. La donna incarna la metafisica del necessario nella potenzialità del “traguardo” (come di colei che guarda attraverso) e del “trasmettere” (di colei che trasmette agli altri). L’uomo si flette sotto il peso di questa ciclopoica femminilità, invadente ma necessaria. Il nodoso, tenace, attorto tronco è attraversato dal corpo femminile che “radica” nel legno di ulivo e dal sottosuolo porta linfa verso l’alto generando frutto. La composizione degli elementi crea materia; essa, diventa di volta in volta, paradigma di un epos (il cavaliere che emerge dalla radica è Serlone d’Altavilla, nipote del Gran Conte Ruggero I, caduto in battaglia presso Nissoria nel 1063 ca.; foto 1) o metafora dell’elevarsi al divino con mani operose, retti nel farlo da animule di un sesso ben definito (foto 2). Prendere ancora “corpo”. Distorcere verso l’alto dal grembo alle nuvole. Seguire la linea continua dell’orizzonte e quella altrettanto definita di fianchi o di collo. Tirare in alto il petto e le braccia…..distendere…..torcere…..cercare la posizione nello spazio…ricadere pure, ma con infinita cura (foto 3). Balzare in avanti…energia che disgrega atomi all’intorno (foto 4). Ascendere di un moto scalare (foto 5). Restare a guardare (foto 6) per la necessità di rimanere nelle cose come in una massa unica, lasciando che emerga, anche solo abbozzata, la parte aerea e ben levigata dell’anima (foto 7).
C’è un tentativo di scomposizione cubista in Mario Termini, il bisogno di uno sguardo fattoa pezzi, uno per ogni segno del corpo (foto 8). A contatto con l’etere la materia urta e si distende in superfici ora glabre, ora nodose. Angoli ben definiti – spes- alterni a cavità cupe- dubitatio. L’opera di Mario Termini è metastorica. Si avverte traccia di negritudine (foto 9-10) in essa.
Di questo malo desio, di questo procedere per sottrazioni, in levare, lo spazio vuoto e quello pieno sono materia qualificante. L’uno e l’altro si coniugano definitivamente nella “danza” (foto 11), omaggio a Matisse, pietra di paragone di quella ricerca alchemica che ebbe inizio da elementi informi e che trova senso compiuto solo ora, ora che bisogna procedere a mani strette…verso dove non è dato conoscere.
Vittorio Ugo Vicari

 

 
Negritude
Works of Mario Termini
Cefalù
3- 17 Aprile 2001
   
Wood, earth, water, fire, metal, air. Mario Termini proceeds in his art like an alchimist in his “NEGRITUDE” of ruler and compasses. His work is intentionally inexact just like the history of man in his passing from one life to the other, from mother to son, form his father’s home to exile. The woman embodies the metaphysics of the necessary in the potentiality of the “aim”.(as if she is looking through) and of the “Act of transmitting” (of the woman who conveys something to others). The man bends under the weight of this ciclopeic femininity, intrusive but necessary. The knotty, tenacious, twisted trunk is crossed by the female body which “takes root” in the olive wood and from the subsoil it draws out lymph which generates fruit. The matter is created by the composition of the elements;it becomes little by little the paradigm of an epos ( the Knight emerging from the root is Serlone D’Altavilla nephew of Conte Ruggero I, who fell is battle near Nissoria ) or it is the metaphor of the “raising to the Divine” whit industrious hands, which are held by souls of a well defined sex. (photo 2).
Still taking “shape”. Twisting towards “heaven” from the womb to the clouds. Following the continuous line of the horizon, and the same definid line of hips and neck: Drawing up chest and arms……….spreading…..twisting……….searching its position in space…….and falling again with infinite care. (photo 3)
Leaping forward………energy which splits up the atoms around it. (photo 4)
Ascending in a gradual movement. (photo 5)
Staring to look (photo 6) for the need to stay within things as if in a single mass, leaving to emerge the aerial and smooth side of the soul, even if only roughly-hewn. (photo 7)
There is an attempt at cubist dismantling in Mario Termini, the need of breaking up into pieces a look, of which each piece represents a part of the body. (photo 8)
In contact with the etheral, the matter pushes out and stretches in surfaces sometimes smooth, sometimes knotty. Well-defined angles-spes-alternate with dark cavities.
Mario Termini’s work is metahistorical. Traces of “NEGRITUDE” in it are noticeable. (photo 9-10)
The empty and filled space, in the evil desire, in the process of taking away, in the elevating, is the qualifying matter. Each conjugates with the other definitively in the “dance” (photo 11) homage to Matisse who is the touchstone of the alchemic research which started which shapeless elements and found its full meaning only now, now that it is necessary to proceed with tight hands, towards un unknown place we are not allowed to know.
Vittorio Ugo Vicari

 

 
Commenti sulle opere
   
……fantasioso, astratto e , pertanto poetico, Mario Termini, attraverso il gioco delle immagini delicate, che si trovano al di sotto e al di sopra delle funzioni di comunicazione, riesce a liberare nei suoi quadri una musicalità avvincente che conferisce alle forme pure la forza di una formula magica.
L’immagine muliebre nella sua levità armoniosa vibra di contenuti intellettuali poetici e tensioni astratte; e il pittore tocca il sublime nel momento in cui la lirica pura dimentica il suo contenuto.
In Mario Termini “Le donne danzanti”, si trasformano in pura forma che suggerisce qualcosa di latonico, di eterno.
Di qua il prevalere, nella fantasia del pittore, di immagini rarefatte, piene di incanto poetico, liricamente sublimate e idealizzare in una realtà lieve e delicata nei suoi spesso sfumati elementi oggettivi.
Salvatore Mazza
 
 
La vita, l’esistenza umana e terrena come spettacolare miscellanea di sacro
 
e profano, di fisico e di metafisico, di gioia e dolore. Un continuo
 
incontrarsi e scontrarsi di aspetti contrastanti, a volte antietici, a volte
 
componibili armonicamente fra di loro.
  Queste tra le altre, sono le prime impressioni, le prime sensazioni che affiorano, osservando le sculture di Mario Termini. E’ un’osservazione che si sviluppa spontanea, che nasce dai più profondi livelli dlla coscienza e della psiche umana.
  Forme artistiche che nascono dalla vita quotidiana, da una contemplazione armoniosa della realtà circostante e di quella, ben più insondabile, del cervello umano. La contemplazione di un uomo, di un artista, di colui cioè scorge la linfa della vita in ogni cosa, anche nelle forme apparentemente morte ed inanimate. E’ così allora che una scultura acquisisce una sorta di anima, un soffio vitale che la rende foriera di messaggi umani, di discorsi, di suggerimenti, di sollecitazioni appena accennate.
  E’ così che scorgiamo, in ognuna delle sculture di Mario Termini, un “doppio volto ”, due aspetti egualmente importanti eppure distinti.
 
Santi Mirabella
 
L’analisi dell’artista diventa, allora, un vedere per accadimenti, per tempi trasfusi dall’intelligenza pittorica e poetica, ma ancor più dall’immaginazione creatrice in spazi surreali o di realismo lirico; al punto che qualche critico ha parlato, a proposito delle opere di Termini, di arte della fantasia più che di arte della memoria, a cui attinge la mediazione dell’intelligenza. Ma in Mario Termini realtà e fantasia non sono elementi contrari e contrapposti, poiché, per lui, dipingere e scolpire è come fermare la realtà e materializzare la fantasia; per cui ne risulta un’arte, pittura, scultura, grafica, emotiva di timbro lirico: in ogni opera rompe gli spazi con l’occhio della tecnica e della fantasia, dove domina l’uomo, anzi la donna come eterno femminino. Ne viene fuori un impianto compositivo di slanci dinamici protesi alla conquista di prospettive liriche, in sintesi di spazio e forma, di strutture statiche ( il quadro in quanto tale ) e di dinamici slanci.
 
Edoardo Fontanazza

 

 
La memoria s’identifica con un tempo orizzontale che contiene nella sua dimensione passato, presente e futuro, nonché l’ignoto e il conosciuto. Se è così, essa contiene pure la misura dell’esistenza.
Da questo punto di vista va osservato che il desiderio di rivelazione ed estensione delle facoltà espressive che oggi –come in passato- caratterizzano il lavoro dell’artista.
Poggiando su questi elementi, si può ritenere l’operazione artistica il terreno di ricerca più stimolante e produttivo per perseguire significazioni, illuminazioni, simboli e miti per il nuovo corso della vita. Così, si è passati da uno spazio minimo (quello della tela) o più grande (l’affresco), ma sempre allusivo, ad un altro tipo di percezione dell’immagine reale. Occupare uno spazio con elaborati di vario carattere è divenuto uno dei mezzi più utili alla percezione di nuovi significati: non più una superficie che alluda ad un determinato evento creativo, ma ad uno spazio espressivo, caratterizzato, che contenga l’uomo e lo avvolga interamente nei suoi significati, condizionandone funzioni, gesti e pensiero.
Tutto dipende dal carattere di questi elementi e dall’idea che ne deriva per intervenire positivamente ad alimentare l’immaginazione dell’artista, indirizzandolo verso i suoi fantasmi e le sue verità.
Ed è proprio ciò che accade a Mario Termini nella sua duplice condizione di creatore di forme plastiche, la scultura, e di immagini affidate al suggestivo impiego dei colori , cioè la pittura.
Contrariamente al volume corporeo chiuso e intatto, che si può descrivere intuitivamente anche con
nucleoscultura ,quale forma più semplice o forse più antica con cui si manifesta la scultura, quella di Termini- non essendo ottenuta per sottrazione o scarto di materia da un blocco omogeneo (pietra, marmo,legno) – avviene invece attraverso un procedimento genetico affidato all’impiego de resine particolari e calchi di gesso.
Per cui nel lavoro di Termini non vi è all’origine una forma germinale dell’oggetto plastico, ma una
prefigurazione mentale affidata alla manipolazione e dosatura della materia che foggia o plasma la forma con particolare destrezza creativa suggerita dalla mano.
Così , la scultura di Termini –eccetto quelle celebrative e interamente rivelate in vari siti della città- tende ancora, per certi aspetti, a restare “art informel” nel senso che il contesto scultoreo, nel quale si manifesta l’incerto apparire di sembianze figurali, è contesto ibrido e corroso ma al tempo stesso capace di levigature visive non prive di virtuale movimento, di stupefacenti flussi generativi ed emblematici attraverso i quali l’occhio ipotizza morfologie sia umane che naturali, spontanee.
Una scultura , dunque, né mimetica né realistica in senso lato, ma poeticamente sciolta e liberata da costrittivo, referenziale, per dare libero sfogo all’immaginazione e fare del dato plastico e del suo linguaggio un omaggio alla fantasia.. E per Termini la fantasia, la nozione di fantasia, è proprio quella di cui parla per esempio, Bruno Munari nel suo libro omonimo. “ La fantasia, dice Munari, è quella facoltà che permette di pensare a cose nuove non esistenti prima.La fantasia è libera di pensare a cose assolutamente inventate, nuove, mai esistenti prima, ma non si preoccupa se ciò che pensa è veramente nuovo. Non è suo compito”. Infatti che cosa sono le sculture di Mario Termini se non frutto di una fervida fantasia? Corpi e volti umani, nati spesso dal viluppo denso e intuitivo della materia, riescono ad apparire e rivelarsi come in una improvvisa , quanto incantata palingenesi; come ritorno alla vita e al tempo delle forme, di cui è capace la sola magia dello scultore . Così, volti e corpi si originano nel dato plastico di Termini, mediante ritmi avvolgenti, enucleati su figure mosse ma come incise sulla solidità del blocco ed evidenziate quel tanto che basta a farsi riconoscere ma anche a ritrarsi e ridiventare eventualmente amalgama di resina, corpo informe da cui le figure stesse sono generate.
Ritmi, strutture, stratificazioni, perturbazioni e trasformazioni agiscono in tal modo nella scultura di Termini, in un gioco sottile ed invisibile, poetico, di metamorfosi, aprendosi ad un linguaggio plastico che, oltre ad essere immaginoso e fertile , è anche espressione di un perfetto accordo tra concezione e tecnica, tra segno espressivo e simbolo, tra realtà e irrealtà della spazio nel quale rientra ( o si colloca ) non tanto il volume della scultura, ma la sua “essenza” costituita in enigmatica e suggestiva “ apparenza”.
Lo stesso dato di indefinita e indefinibile surrealtà o irrealtà su cui si fonda , in definitiva, la creatività di Mario Termini, ricompare nella pittura dello stesso artista in cui l’inevitabile ausilio del colore non fa che dilatare al massimo la trasfigurazione rappresentativa, assumendola in continui gesti di traslazione parametafisica, o in ipotesi figurali derivate da evanescenti rifrazioni luminose.
 
Figure femminili, librate nell’aria e stilizzate al massimo della loro fisicità, si elevano e roteano nello spazio di paesaggi selenici; atmosfere di un “altrove” speculare alla terra per le somiglianze morfologiche che esso riproduce, ma così distanziato ed etereo, e denso di luci lontane e riflesse, da oltrepassare l’orizzonte del vedere umano in favore di un universo pittorico che all’immaginario concede l’utopica essenza del sogno, e alla poesia l’innegabile bellezza dei colori.
 
Francesco Carbone

 

 
 
L'AMBONE
 
eseguito in bronzo
 
per la Chiesa di S. Tommaso di Enna
   
 

Da quando l'uomo ha cominciato a eseguire con abilità tecnica e vivace fantasia manufatti singolari per decorazione e pregio vi ha assegnato agli esemplari più belli una destinazione cultuale, consapevole che solo alla Divinità, fonte della sua esistenza e sostegno nelle sue necessità, si dovevano dedicare le cose più preziose.

Che d'allora l'Arte non ha smesso di mettersi al servizio della Religione ce lo conferma ogni popolo antico, dal persiano all'assiro, dal greco al romano, dall'egizio allo scita, che ha onorato il suo pantheon dedicando al nume preferito, assieme a preghiere e sacrifici, templi e statue, vasellame e gioielli della più prestigiosa fattura. Neppure l'ebreo si è discostato dalla naturale e avvertita esigenza di ossequio e omaggio all'Ente Supremo che adorava, distinguendosi dalle altre genti per l'intransigente monoteismo e l'assoluto divieto di raffigurare e persino di nominare il suo Dio, IAVHÈ, che qualsiasi paradosso, è appunto la Parola, il Logos, il Verbo.

Parola scritta e proclamata, che si fa dialogo fra Creatore e creature e che trova dimora in un luogo che poi la Chiesa cristiana nella sua terminologia liturgica ha definito col nome di "ambone".

Luogo tra i più sacri nel già sacro edificio di culto, esso appare nei templi più antichi, fossero le maestose basiliche dell'Urbe o le più modeste chiese delle più diverse città, collocato in uno spazio ben visibile ai fedeli, adorno di sculture, tessere musive, lamine d'oro, incaricate di esaltare degnamente con la loro magnificenza la Parola di Dio che lì veniva proclamata, attestandone con la sua struttura materiale la presenza "sensibile" tra i credenti.

Parola che nell'esecuzione del rito liturgico assumeva le varie forme di salmo responsoriale, di preconio pasquale, di omelia, di preghiera universale e che trovava la giustificazione del suo svolgimento nell'episodio evangelico in cui Gesù stesso compie il commento di un passo del profeta Isaia nella sinagoga di Nazareth.

Quell'episodio, esemplarmente celebrato da Luca 4, 16, divenne uno dei fulcri della più antica tradizione cristiana che gli assegnò accanto al compito di spiegare e commentare le Sacre Scritture quello di dedurne ammaestramenti, esempi di virtù, insegnamenti ed esortazioni che nel discorso del celebrante diventava la stessa "parola" di Cristo, di cui nei riti e nel culto, si ricordava la parusia, il ritorno glorioso alla fine dei tempi per il giudizio finale e per l'instaurazione del Regno del Padre, che così dava compimento al suo disegno provvidenziale.

Parusia già prefigurata nel Mistero pasquale che fino al XIII secolo si concentrava contestualmente nel Sacrificio della Messa e nella esposizione della Parola, divenuta in seguito un aspetto liturgico talmente secondario che gli amboni furono considerati ormai inutili, sostituiti in periodo post-tridentino dai pulpiti, dove il sermone o l'omelia erano rivolti ad un'assemblea di fedeli che per dedicarvi la meritata attenzione, ricercata dal predicatore di turno con gesti enfatici e retorico eloquio, era esclusa dalla celebrazione eucaristica, addirittura proseguita separatamente dal clero officiante.

La frattura fra il sacerdote celebrante e il fedele assorto nella recita di preghiere o nell'ascolto di fervorini e panegirici, in questi ultimi cinque secoli ha messo la sordina alla Parola di Dio, di cui oggi si invoca il riascolto, recuperandone dalla più antica tradizione una rivalutazione nelle funzioni religiose.

Ecco dunque che accanto all'esigenza di restituire la primitiva autorità alla proclamazione della Parola di Dio, letta, proclamata, commentata torna ad essere anello di congiunzione fra Creatore e creatura, fra Divinità e fedele.

È in questa fase di recupero culturale e liturgico che si inserisce l'elevazione di un ambone nella chiesa parrocchiale di San Tommaso, progettata nel rispetto delle norme canoniche più recenti, che nel quadro innovativo liturgico generale ne prevedono la necessaria presenza, sottratta comunque ad ogni intervento discrezionale e soggettivo e sottomessa pur sempre al raggiungimento del massimo decoro artistico.

L'artista cui è commissionata la realizzazione di un ambone incontra pertanto dei limiti alla sua facoltà inventiva, sottomessa al rigoroso rispetto degli aspetti funzionali e al richiesto ossequio alla valenza simbolica che il manufatto esige.

Lo scultore Mario Termini, è lui difatti che esegue l'opera destinata alla Chiesa di San Tommaso, ha saputo coniugare le esigenze liturgiche, cariche di valori simbolici ma pure esprimenti necessità funzionali, ricorrendo ad una duttile ispirazione creativa naturale e a capacità tecniche ed espressive maturate nel corso di una pluridecennale attività.

Consapevole che tra le funzioni che la suppellettile sacra commissionatagli è chiamata a svolgere è predominante la procclamazione della Parola divina durante la celebrazione del Sacrificio eucaristico inteso nel suo alto e pertinente significato di rinnovamento del mistero pasquale, Mario Termini nell'arredo sacro eseguito ha privilegiato l'aspetto di "icona" della Resurrezione che di questo mistero rappresenta l'evento apicale, la concretizzazione delle promesse evangeliche, il premio e la meta del nostro cammino di fede.

L'Artista, rispettoso anche della più antica tradizione cristiana che all'ambone "dimora della Parola di Dio" assegnava attenzioni artistiche particolari, ha scelto per la sua realizzazione un materiale "nobile" e durevole, il bronzo, già nelle campane così avvezzo a diffondere la parola di Dio, e ben adatto ad esprimere nella sua poderosa consistenza evocazioni di durate perenni e di ferme promesse, esaltando così il simbolismo dell'eternità della parola divina e la sicurezza del celeste premio finale.

Mario Termini, forte anche delle sue esperienze pittoriche, ha creato uno schema compositivo che, adeguandosi cedevolmente alla forma ad emiciclo, attraverso un calcolato gioco di rilievi ora morbidi e di solchi ora leggeri ora profondi vivacizza le figure, immergendole nel suggestivo effetto chiaroscurale che ne scaturisce e che movimenta plasticamente evitando di appiattirle in uno statico seppur gradevole bassorilievo.

In omaggio al tema prescelto della Resurrezione, l'Artista fa campeggiare al centro il Cristo a testimoniare il suo trionfo sul male, sulla caducità delle cose, sulla precarietà delle situazioni e a proporsi come meta del nostro pellegrinaggio terreno, a compimento delle promesse dell'Onnipotente che appare al vertice della composizione, chiusa ai lati da due angei dalle ali spiegate in un volo che è uno speranzoso preludio di Cielo.

Le braccia spalancate di Cristo, ormai libero dalle bende sepolcrali appena accennate sullo sfondo levigato, allusive agli impacci terreni ma ancor più gradini di una scala che in Cristo diventa la Via al Cielo, dimora ultima di ogni pio credente, si aprono in un ampio gesto che sprigiona un lungo atteso senso liberatorio dal peccato, dal male, dalla morte spirituale, e suggerisce un accogliente abbraccio in cui si materializza l'evangelico confortante suo invito: "Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis" (Mt 11,28).

Alla sua conclusione "Et ego reficiam vos" ci sospinge con naturalezza tutta la scena rappresentata, dove Mario Termini imprime il rasserenante messaggio evidenziando padronanza di tecnica e capacità espressive degne della tradizione scultorea più aulica, rivitalizzata da una sensibilità moderna che delle evoluzioni artistiche mostra d'aver fatto tesoro con saggezza.

Ne scorgiamo le tracce nella cura del modellato, nella politezza della forma, nella decisione del segno, nella suggestiva ideazione scenica in cui l'Artista scandisce su più piani la bronzea superficie facendo emergere con forza incisiva dai ricercati contrasti dello spessore volumetrico, fonte di luministici chiaroscuri, sia i valori plastici, liberi da impacci accademici e scevri da minuzie descrittive, sia quelli simbolici, esprimenti con sobria eleganza il vigore di quella vera Vita e lo splendore di quella consolante Verità che solo Cristo ci può dare.

 
- Rocco Lombardo -
 
Enna, luglio 2001